Non solo calcio, anche altro... PDF Stampa E-mail

del dott. Alessandro Tettamanzi, psicologo dello sport che ha incontrato tutti i ragazzi del Camp, 1 volta ogni settimana

Negli incontri avuti con i ragazzi che frequentavano il camp, abbiamo cercato di privilegiare all’interno di tanta attività incentrata sul gioco, sullo sport e sul movimento alcuni momenti di riflessione con i ragazzi e soprattutto tra i ragazzi e le ragazze (in effetti, se pur poche, c’erano anche loro)

Al fine di favorire il più possibile livelli d’esperienza e di età omogenee, in ciascuna delle tre giornate si sono distinti interventi di un’ora per due gruppi.

PERCHE’ FARE CALCIO? PERCHE’ FARE SPORT?

Indubbiamente, non è poi così ovvio che i nostri piccoli amici avessero idee scontate e soprattutto in linea con quali sono gli stereotipi classici del mondo degli adulti.

Dal confronto e dal commento sono emersi alcuni aspetti che come psicologo ritengo decisamente confortanti.

La dimensione ludica appare fortemente preponderante e fortemente correlata con il senso di appartenenza alla squadra che nelle loro riflessioni costituisce un importante punto di riferimento per quelle che la dotta psicologia chiama competenze sociali.

Inoltre comincia ad apparire il senso del gruppo non solo che sta insieme, bensì che fa anche qualche cosa insieme.

A dispetto appunto degli stereotipi adulti (che gli adulti e i media mettono in testa) di fronte alla domanda “preferiresti fare una partita con i tuoi compagni o vedere la finale dell’Italia di calcio?”

La risposta è stata per 26 ragazzi su 30 “meglio giocare a calcio", 2 incerti e 2 che preferivano guardare l’Italia.

 

Curioso che uno fosse tra i più piccoli d’età e perciò orientabile, mentre l’altro più grande era realmente attratto dal calcio televisivo.

La variabilità sul piano delle considerazioni è stata sicuramente ampia infarcita da esperienze dirette proposte su un piano di notevole consapevolezza.

Si è evidenziata la componente emozionale alta percepita, quando si parla, o per meglio dire quando si pratica calcio e la consapevolezza che tali emozioni sono particolarmente intense non sempre positive: infatti, alcuni termini significativi quali “piacere” “soddisfazione”, “gioia”, “eccitazione” aiuto fornito, aiuto richiesto, fiducia, ma anche parole che qualificavano sensazioni negative quali “critica” “tristezza” “pressione” “noia” “rabbia”.

Mi permetto di sottolineare quanto la capacità di verbalizzare, cioè di dare voce alle proprie emozioni sia un prerequisito per lo scarico della tensione attraverso modalità socialmente accettabili.

Sul versante, invece, più strettamente cognitivo, alcuni aspetti sono stati in special modo segnalati (attenzione, concentrazione apprendimento, ascolto)

In tal senso si evince come pur non essendo (e per fortuna) scuola, il calcio e lo sport possono diventare un luogo nel quale i ragazzi avvertono che sono coinvolti in maniera qualificata anche sul versante eminentemente intellettivo.

 

I DISEGNI

Con altri due gruppi abbiamo utilizzato anche il disegno.

Ben sappiamo che il disegnare è una forma espressiva non solo ben gradita ai bambini, ma risulta anche uno strumento che consente di individuare alcune componenti utili a decifrare le loro esperienze in generale e quindi anche quella sportiva.

Il tentativo è stato quello di comparare il vissuto della loro esperienza calcistica di gioco con un altro contesto ad elevata componente educativa: la scuola.

La consegna era disegnare un bambino che giocava a calcio e un altro che era a scuola.

 

Il numero di disegni è stato di 30 per ciascuno dei due temi.

Alcuni elementi emersi dall’analisi:

 

Ø livello di accuratezza complessiva :in 22 disegni su 30 miglior accuratezza a favore dell’ambiente sportivo

Ø numero di elementi/particolari disegnati:in 20 disegni su 30 maggior presenza di particolari a favore dell’ambiente sportivo

Ø numero di soggetti coetanei presenti nei disegni sportivi 96

Ø numero di soggetti coetanei presenti nei disegni scolastici 54

Ø numero di soggetti adulti presenti nei disegni sportivi 4

Ø numero di soggetti adulti presenti nei disegni scolastici 10

Ø 2 bambini su 30 si disegnano da soli all’interno del campo di gioco

Ø 10 bambini su 30 si disegnano da soli all’interno dell’aula scolastica

 

Per correttezza scientifica dovremmo chiederci quali sarebbero stati gli esiti se tale prova fosse stata somministrata in ambiente scolastico, in ogni caso alcune riflessioni possono essere fatte.

La parte correlata con l’esperienza sportiva risulta maggiormente dimensionata sul piano dell’ampiezza delle relazioni sociali e le figure adulte, più presenti nel contesto scolastico possono far supporre come quest’ultimo sia maggiormente dimensionato sul piano del reale rispetto la dimensione sportiva.

Lettura simile può essere formulata con riferimento alla presenza di coetanei all’interno dei disegni (numero notevolmente maggiore nel disegno sportivo) con un possibile riferimento al fatto che la dimensione sportiva è maggiormente vissuta come opportunità collaborativa.

Sembra proprio che il calcio più che la scuola possa indurre a comportamenti definiti come pro-sociali all’interno dell’esecuzione di un compito.

Risulta evidente che molto dipende dall’atteggiamento e dal modo di operare, in situazione di insegnamento-apprendimento, degli adulti allenatori o insegnanti, tuttavia per sua natura uno sport di squadra si presta in maniera precipua a favorire alcune dimensioni correlate alle relazione tra pari.

Un’ultima nota riguardo accuratezza e numero di particolari: in generale nei bambini si può correttamente affermare che l’accuratezza e la dovizia di particolari, c’informa riguardo alla percezione positiva del soggetto disegnato con riferimento al livello di motivazione connesso e alla piacevolezza dell’esperienza espressa.

 

LA FIGURA DELL’ALLENATORE

Con due gruppi tra i più grandi (12-13-14 anni) abbiamo affrontato il tema dell’allenatore e di quelle che abbiamo insieme a loro definito come qualità caratteriali.

Non ci siamo pertanto soffermati sulle caratteristiche tecniche in senso stretto, ma abbiamo dato spazio a valutazioni e commenti che avevano come oggetto i comportamenti ideali e reali degli allenatori dei giovani.

La discussione ha avuto un margine d’interesse anche superiore in relazione alla presenza all’interno di uno dei due gruppi, di tre ragazzi che non facevano calcio in alcuna società sportiva.

Un altro aspetto da tenere in debito conto è stata proprio l’età adolescenziale dei partecipanti, perciò è emersa la consapevolezza da una parte che

Ø l’allenatore ideale non esiste ,bensì esistono adulti che possono meglio di altri impersonare tale ruolo anche in funzione delle proprie caratteristiche psicologiche.

Ø l’allenatore ideale viene definito anche e soprattutto in base alle caratteristiche che i giovani ritengono più importanti

Ø ad ogni caratteristica evidenziata,spesso corrisponde un bisogno dell’adolescente talvolta concepito come rilevante per tutti i coetanei,talvolta pensato come una caratteristica strettamente soggettiva

Ø emergono anche ,come risulta ovvio per quest’età,critiche e segnali verso queste figure che, proprio perché adulte, non possono sempre essere soddisfacenti agli occhi dei ragazzi.

 

Attraverso la tecnica del Q.sort i ragazzi hanno distribuito all’interno di uno schema 16 caratteristiche positive , facendo in ogni caso una scelta ed implicitamente ponendo delle priorità.

 

Va correttamente premesso che tali risultati sono relativi ad un gruppo di circa 30 soggetti, ma per quanto di nostra conoscenza e sulla scorta di dati in nostro possesso, gli esiti sono abbastanza rappresentativi del vissuto generale tipico dei pre-adolescenti e adolescenti che praticano sport.

In sintesi: 21 ragazzi su 30 ritengono come fondamentale la voce “fiducioso nei confronti dei propri ragazzi”; 15 su 30 “aperto e disponibile al dialogo” 8 su 30 “alla ricerca d’obiettivi per sé e il gruppo”.

Le prime due voci, quelle maggiormente gettonate, si riferiscono a competenze relazionali, la terza a competenze nell’ambito della motivazione.

Se un allenatore dovesse avere come bagaglio di competenze psicologiche quella di essere fiducioso verso i propri ragazzi, dobbiamo ritenere che la necessità di avvertire la fiducia dell’adulto ed in particolare di un adulto significativo, è molto importante.

In generale avvertire la fiducia consente:

Ø di avere maggior fiducia in se stessi

Ø di consolidare il senso di autonomia

Ø di favorire un atteggiamento orientato al mettersi in gioco

Ø di avvertire che l’errore non sarà considerato irreparabile

Ø di  favorire la propensione al rischio controllato

 

La disponibilità al dialogo certamente pone l’accento sul bisogno di essere ascoltato e, a prima vista, richiama alla difficoltà che adulti e adolescenti hanno nell’uso di un linguaggio condiviso.

La questione ovviamente è complessa nel senso che tale disponibilità al dialogo presuppone spesso una richiesta di attenzione che alcune volte è molto intensa,altre volte è bassa e di difficile interpretazione.

Per gli allenatori può essere chiaro quanto, dietro la relazione calcistica, ci siano domande molto ampie e sottili nelle sfumature, proprio in funzione di quanto la figura genitoriale in quest’età rappresenti più una “zona di conflitto” che di scambio.

Ripeto che tutti dobbiamo essere consapevoli della complessità di tale fenomeno, ma ciò non esime da tener sempre in gran considerazione l’atteggiamento d’ascolto.

Gli allenatori non hanno il compito di sostituire i genitori: la tipica frase che l’allenatore deve essere un padre è stata foriera di grossi equivoci sul piano psicologico.

In ogni caso un conto è sostenere che l’allenatore debba assumere il ruolo del genitore, altro è verificare che talvolta i ragazzi propongono questioni che chiamano il mister in causa come adulto, più che come tecnico.

 

La competenza “essere alla ricerca di nuovi obiettivi per se stesso e per il gruppo”, richiama ad una necessità implicita che l’allenatore debba rappresentare una fonte qualificata di stimoli.

La questione richiama in particolare la capacità di proporre situazioni di gioco e d’apprendimento che siano efficaci sul piano didattico, ma anche e soprattutto piacevoli.

Credo che Paolo e Nik non me ne vorrebbero se aggiungessi al motto “gioco perché imparo !” anche “imparo perché gioco!”

 

Alessandro Tettamanzi

 

 

 
Tornei Internazionali di Calcio, Vacanze sportive e Camp estivi.
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